FLYING CIRCUS ZONE: atto primo

Debutto con la mia rubrica il giorno dopo l’esordio ufficiale dei nostri Nets nella regular season 2013-14: purtroppo la partita ieri non è andata come volevamo, ma di questo parleranno più approfonditamente i miei colleghi nel nostro consueto recap delle partite. Per prima cosa volevo spiegare il nome di questa rubrica, che cercherà di trattare aneddoti, storie e statistiche ruguardanti il mondo Nets: per i più recenti nostri tifosi magari non vorrà dire niente ma, per quelli che come me che seguono da tempo le alterne sorti di questa gloriosa franchigia, il “flying circus” è stato una “way of life“, un modo di essere, di distinguersi e perchè no, anche di vanto. Ormai sono anni che seguo la NBA e il mio percorso sulla scelta della squadra del cuore non è stato facile: di solito ci si affida ai giocatori, alle colorazioni oppure ai loghi esteticamente più accattivanti. Così è stato per i primi anni poi, come fulminato dalla ragione, ho trovato la retta via. Un giorno mentre guardavo la storica ed amata rubrica NBA Action, vedevo che nella top 10 finale, erano sempre presenti due giocatori, che facevano giocate in coppia: uno alzava la palla, l’altro la schiacciava con forza dentro al canestro. Uno aveva il numero 5, l’altro il 6. Uno aveva l’aria del bravo ragazzo, l’altro l’aria del ragazzo di strada, pieno di tatuaggi e con lo sguardo di sfida, carico di rabbia. Cercai su internet: il 5 si chiamava Jason Kidd, il 6 Kenyon Martin. Continuando a scavare venni a scoprire che giocavano nei New Jersey Nets, squadra storica della NBA, ma che ultimamente era caduta in disgrazia, soppressa dalla schiacciante rivalità con i Knicks ed esiliati nella terra di nessuno, nella palude, a East Rutherford nel Meadowlands Sport Complex, palazzetto che allora si chiamava Continental Airlines Arena. Adesso quel 5 e quel 6 li stavano riportando ai vertici della lega, dove mancavano dai tempi di Doctor-J. Non ebbi più dubbi: avevo trovato la mia squadra del cuore. Arrivarono due finali NBA consecutive, dove prendemmo sonore ripassate ma dove l’emozione fu unica, attraversai la delusione per la cessione di K-Mart ai Nuggets, ripagata ampiamente pochi mesi dopo quando il mio idolo di sempre, Vince Carter, approdò in maglia Nets in cambio di fichi, carote ed altri ortaggi: l’arrivo di Vinsanity fu l’ulteriore messaggio che quella era la squadra che il destino aveva scelto per me. Fummo protagonisti per molte stagioni, la coppia Jasone-Vinsanity era tra l’elite della Lega, ma non ci avvicinammo mai più alle ambite Finals. Seguirono anni di declino, playoff mancati, record indecorosi (non li voglio nemmeno scrivere) poi, inaspettato e soprendente, con un’entrata in scena alla Batman, l’arrivo di un simpatico compagno russo, tale Mikhail Prokhorov, Proky per gli amici di questo blog. Rileva la franchigia per varie tonnellate di pezzi in verde ed ha in mente un curioso progetto di un’arena a Brooklyn. Mah. Sarà vero? Intanto mentre pare si posino veramente i primi mattoni in Atlantic Avenue, ci spostiamo a Newark, dove giochiamo due anonime stagioni, sia dal punto di vista spotivo, che del calore del pubblico, abbastanza freddino dato che per loro, il favoloso Prudential Center, è esclusivamente la casa dei New Jersey Devils della NHL. Certo vi chiederete, chi potrebbero essere quei coglioni che si spostano, magari dalla City, per andare a Newark a vedere i Nets di Travis Outlaw. Già…chi? Ecco uno di quei coglioni è colui che vi scrive, che per ben due volte ha alzato il suo atletico fondoschiena per andare al Prudential a vedere si suoi Nets, contro Orlando di DH12, di Gilbertone Arenas e contro i Bulls di Rose. Esperienza stratosferica, per l’atmosfera, per la prima di una partita NBA dal vivo, per i biglietti nel lower level, praticamente dietro le panchine (un giorno vi racconterò come li ho ottenuti, “Dio abbia in gloria Derrick Favors” autocit.) Poi dall’anno scorso, il trasferimento a Brooklyn. Nuovo stemma, nuovi colori, la prima stagione al Barclays Center, l’estensione dei contratti di D-Will e Lopez, l’arrivo di Iso joe, il ritorno ai playoff e finalmente di nuovo una squadra competitiva tra le mani. Poi come se non fossimo abbastanza inebriati, la torrida estate scorsa. Pierce, Garnett, il Jet, AK47…. No via forse sto sognando. Lo abbiamo pensato tutti. Invece stanotte, mentre leggevo il nostro starting five, ho finalmente capito che non era un sogno. Come non era un sogno il ritorno del maestro Kidd, stavolta però in giacca e cravatta e col ruolo di head coach. L’ennesimo segnale. Adesso il cerchio è veramente completo. Anzi no. Magari un giorno arriverà come assistente K-Mart (quando male mi fa vederlo in maglia NYK) o magari il nuovo GM sarà Vince Carter. Poco importa, chi, come, quando, Il futuro è nostro. Prendiamocelo. #hellobrooklyn #netsnation #netsitalia

Informazioni su Matt_B.A.

follow me on twitter @Msheed20 and facebook! NFL/NBA insider 4 @inzonacesarini #movingthechains editor 4 @BKNetsitalia "If you believe in yourself, have dedication and pride and never quit, you'll be a winner. -Paul Bryant" una passione sfrenata per l'NFL e l'NBA...peccato non essere nato dall'altra parte della pozza... mi sarebbe piaciuto avere una palla ovale/spicchi in mano piuttosto che un pallone tra i piedi...
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