Il ritorno del grande est?

Tutti a caccia del regno di Lebron...

Tutti a caccia del regno di Lebron…

La offseason NBA è già entrata nella sua fase meno movimentata, i grandi free agents hanno già firmato i loro contratti multi milionari, le trade che spostano per davvero sono già state completate. Gli unici rebus da risolvere corrispondono a Brandon Jennings (auguri a chi gli darà la cifra che lui chiede) e il futuro head coach dei Philadelphia 76ers che stanno intervistando un po’ chiunque alla ricerca dell’uomo giusto compreso il venditore di pop corn del Wells Fargo Center e lo zio di Evan Turner.

Opinione comune a molti bloggers e analisti NBA è che finalmente la Eastern Conference presenterà ai nastri di partenza almeno 5 squadre in grado di competere per il Larry O’Brien Trophy. Dei nostri Nets abbiamo già parlato in lungo e in largo, per questo oggi è il turno delle altre forze dell’Est.

Andiamo ad analizzare brevemente i movimenti di mercato delle nostre rivali e le loro aspirazioni di titolo.

miami heat logo Indubbiamente i grandi favoriti per la vittoria finale sono sempre loro, sono i campioni in carica da due anni a questa parte e nel loro roster campeggia la presenza del miglior giocatore del mondo. La filosofia dell’estate a South Beach è stata squadra che vince non si cambia. Nessun movimento di rilievo sul mercato tranne la perdita di Mike Miller sul quale Pat Riley ha usato l’amnesty clause per liberarsi del suo contratto pesante. Le firme dell’ultima ora potrebbero essere quelle di Mo Williams (sul quale ci sono anche altre squadre che possono offrire di più) o la scommessa Greg Oden.
L’impressione è che anche quest’anno bisognerà passare dall’American Airlines Arena per quell’anello NBA, il roster rimane profondo e il sistema Lebron sembra dare i suoi frutti. L’unico dubbio rimane quello legato alle condizioni fisiche di Wade che da anni finisce la stagione non al meglio e pieno di acciacchi di ogni tipo.

ny knicks logo Non dev’essere stata facile l’estate di James Dolan: il suo rivale Prokhorov gli ha rubato tutte le prime pagine dei giornali e, notizia di pochi giorni fa, il comune di New York ha deciso che entro 10 anni il Madison Square Garden dovrà riposizionarsi altrove. New York ha iniziato la sua offseason scegliendo al draft Tim Hardaway Jr., giocatore che mi ha sempre intrigato molto e che nel sistema dei Knicks potrebbe anche far bene. Ha proseguito la sua strada scambiando Steve Novak, Marcus Camby e un paio di scelte per acquisire Andrea Bargnani, ha rifirmato come era prevedibile J.R. Smith e Kenyon Martin, infine ha approfittato di un rilascio illustre da parte dei Lakers: Metta World Peace (o Ron Artest come preferite chiamarlo) indosserà finalmente la maglietta della squadra del suo cuore.

L’impressione che ho avuto dei Knicks durante tutta la passata stagione, nonostante le 54 vittorie con il conseguente titolo dell’Atlantic Division, è che il loro roster abbia dato più di quanto potesse realmente dare. La loro pallacanestro, fatta quasi esclusivamente di perimetro e tiri da 3, ha fatto acqua durante i playoff dove solitamente i ritmi e le percentuali tendono col passare del tempo ad abbassarsi. In quest’estate New York in teoria non si è indebolita (anche se le perdite di Camby, Kidd, Rasheed Wallace avranno il loro peso nelle dinamiche dello spogliatoio, soprattutto se al timone ci sarà Carmelo Anthony, Metta World Peace o J.R. Smith) ma non si capisce bene in quale direzione vuole andare questa squadra. Artest è una grande firma, da solidità difensiva e aggiunge cattiveria a roster ma l’Artest visto recentemente e prossimo ai 34 anni sposta gli equilibri?
Lo stesso discorso vale per Bargnani: il Mago è un giocatore di talento e rappresenta un upgrade a Steve Novak, ma un altro tiratore da piazzare all’angolo ad aspettare gli scarichi di Melo era quello che serviva davvero ai Knicks? Gli stessi Knicks che aspettano Amar’e Stoudemire? La pallacanestro di Mike Woodson puo’ essere vincente durante i playoff?

Se New York riuscirà a smentire almeno la metà di questi dubbi allora Carmelo Anthony e soci potranno davvero impensierire i ragazzi di South Beach, altrimenti mi aspetto da loro una stagione sulla falsa riga di quella giocata lo scorso anno.

indiana logo Assieme ai San Antonio Spurs sono la squadra che hanno messo più in difficoltà i campioni in carica di Miami. Sono una delle squadre più solide della NBA, hanno un coach di buone speranze che continua a convincere e un roster molto più giovane e più atletico tra le squadre dei piani alti NBA. La loro più grande acquisizione sarà il ritorno di Danny Granger, pronto a fare compagnia ad una delle rising stars emergenti degli ultimi due anni: Paul George. Indiana ha anche migliorato la propria panchina con le firme di C.J. Watson, Chris Copeland e la trade che ha portato Luis Scola ad Indianapolis in cambio di Gerald Green, Miles Plumlee e una futura prima scelta.

Con il ritorno di Granger e il miglioramento della panchina i Pacers rappresentano quindi la minaccia maggiore al trono dei Miami Heat? Not so fast.
Innanzitutto bisogna vedere come torna e con che ruolo torna Granger: in molti sono già sicuri che il buon Danny sia disposto a fare da sesto uomo per lasciare spazio alla coppia Paul George-Lance Stephanson in quintetto ma ad oggi non mi sembra tanto fattibile come operazione. Tra l’altro non sarei nemmeno così sicuro di un futuro da Pacer per Granger, le voci su una sua possibile cessione non sono nuove nei radar del mercato NBA.

Se la frontline resta il punto di forza di questa franchigia (e la presa di Scola è un ulteriore passo in avanti) a me convince poco il duo George Hill-C.J. Watson quando le temperature si faranno più calde. È vero che hanno messo in difficoltà Miami per due anni consecutivi, ma è anche vero che gli Heat, ormai uno small ball team a tutti gli effetti, soffrono tutte le squadre che giocano con i due lunghi e nonostante questo Gara 7 è stato comunque un dominio Heat, anche perchè Indiana avrà anche un roster profondo ma non la superstar che ti vince le partite quando sei in pieno affanno.
Forse quella superstar lo diventerà Paul George, per me di sicuro non lo è Danny Granger.

bulls logo Con Derrick Rose (si spera) sano per me i Bulls saranno una delle protagoniste principali ad Est, metto infatti proprio Chicago un gradino sopra ad Indiana per la Central Division.

Sul mercato Chicago si è mossa poco, ha perso l’estro di Belinelli e la pazzia di Nate Robinson ma mi è piaciuta molto la firma di Mike Dunleavy Jr., un giocatore educato che in un sistema come quello dei tori puo’ fare molto bene partendo dalla panchina.
I Bulls oltre al ritorno di Rose hanno dalla loro il miglior gruppo (inteso come spogliatoio) dell’intera NBA, uno dei migliori 3 allenatori e il miglior sistema difensivo della lega. In più aggiungo un mio pupillo, quel Jimmy Butler che dopo gli scorsi playoff è sempre più in rampa di lancio e sempre più pronto a ritagliarsi un ruolo da titolare all’interno di questa squadra.

Da Thiboeau mi aspetto una grande stagione: non mancherà di massacrare i suoi sia in allenamento sia con dei minutaggi elevati durante la Regular Season. Ma questo è coach Tom Thibodeau: prendere o lasciare. E io un coach che senza la propria star e a tratti senza Deng e Hinrich che supera un turno di playoff vincendo una gara 7 in trasferta lo prendo sempre.

Da questa analisi lascio volutamente fuori i miei Brooklyn Nets, la squadra che forse si è mossa in maniera più decisa durante l’estate e che potrebbe raggiungere quello speciale gruppetto di 4 squadre. Tra i due volte campioni NBA di Miami, i giovani e rinforzati Pacers, i talentuosi Knicks e i guerrieri Bulls assieme ai Nets dell’oligarca Prokhorov, possiamo finalmente dire che l’Est è tornato sui grandi livelli degli anni 90?

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